
Il canto di Tagliavini mostra, nelle prime incisioni, qualche arcaismo: tempi a volte indugianti, qualche abuso di portamenti, culto delle inflessioni un poco flebili. Tagliavini era, in sostanza, un tenore nato quando Beniamino Gigli dettava legge; il suo stesso timbro lo sottolinea. Ma Gigli tramontava e presto Tagliavini ne venne proclamato erede. Dopo soltanto due anni di carriera incise i primi dischi e registrò l'Amico Fritz sotto la direzione di Mascagni. Poi Tagliavini sopportò, come tanti altri colleghi, le restrizioni di carriera imposte dalla guerra, ma nel 1946 si installò con grande successo nei maggiori teatri delle due Americhe. Passava per il maggiore tenore italiano di allora, e lo era.
Fu scritturato al Metropolitan fino alla stagione 1952/53, poi continuò la carriera in Italia e in Europa, ma perdendo progressivamente terreno perché certo repertorio, non in tutto adatto alla sua voce, gli appesantì l'emissione.
Tenore di grazia - ma non tenore leggero - Tagliavini ebbe nel periodo iniziale una voce d'una straordinaria spontaneità e facilità e un timbro dolcissimo.
La rassomiglianza con Gigli era data soprattutto dalla mezzavoce, sostenuta da quella straordinaria dote che è il "misto": cioè, in parole molto povere, una singolare fusione tra vibrazioni di petto e vibrazioni di testa. Smorzava i suoni, Tagliavini, in modo eccellente, aveva una dizione nitidissima e anche il vero fraseggio dei tenori di grazia.
La voce non era estesissima, ma nella prima parte della carriera gli acuti erano lucenti e timbrati fino al si bemolle e spesso anche il si naturale obbediva brillantemene all'appello.
Direi, per concludere, che Tagliavini è stato sotto diversi aspetti l'ultimo esponente di una scuola vocale nata nella seconda metà dell'Ottocento con Angelo Masini e giunta fino a lui attraverso Gigli.
(Rodolfo Celletti, Musica viva, 06/1989)