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" [...] intanto s'era venuto placando l'acclamazione che aveva salutato la romanza di Rodolfo e la "donna" stava per scendere in campo. Alla sua figura imponente nessuno aveva badato, fino allora, a maggior ragione perchè era seduta, all'inizio del racconto di Mimì. Ma quando, dette le prime frasi, s'arroventò e venne a cantare fin quasi al proscenio, io subito pensai che raramente avevo visto Mimì più bella. Il canto, in un certo senso, la trasfigurava, dava ai tratti del viso espresioni intense, appassionate, luminose. Avvertivi una partecipazione intima, una foga schietta, un'effusione sentimentale piena di palpiti, più ancora che di vibrazioni. Ma poi la voce. Era una voce per la quale si poteva spendere qualsiasi aggettivo senza mai cadere in contraddizione. La compattezza, la sonorità, lo squillo erano tutt'uno con il velluto, la dolcezza, il calore, il languore; e il modo di fraseggio non li ho mai trovati in nessun'altra voce.
Intanto il 31 Gennaio 1955 Renata Tebaldi aveva iniziato, con l'Otello, la sua favolosa carriera al Metropolitan di New York (una carriera che tuttora vede in lei uno degli astri del grande teatro di New York). Quando tornò alla Scala, nel 1950-60, per Tosca e Andrea Chenier, mi mancò la possibilità di andarla ad ascoltare. Erano quindi anni che non sentivo Renata Tebaldi dal vivo. L'ho seguita attraverso i dischi, in Boheme e in Otello la ritengo inarrivabile. Forse ancor più in Boheme che in Otello.
Nel 1985, alla radio, mi accadde di dover illustrare il personaggio di Mimì attraverso i dischi delle più grandi interpreti, dalla Muzio alla Albanese, dalla Favero alla De Los Angeles dalla Olivero alla Scotto. In una simile parata di fuoriclasse, Renata Tebaldi fu forse superata in qualche dettaglio ora dall'una ora dall'altra, ma la regina era indubbiamente lei. E non soltanto per merito della voce. Certo una voce così dolce e così ampia, al tempo stesso, così duttile nei suoni assotigliati e sfumati e così calda nelle espansioni e negli slanci, non poteva non delineare una Mimì assolutamente eccezionale. Quanto squillo, quante vibrazioni, quanta ricchezza e ampiezza di cavata, in frasi come "il primo bacio dell'aprile è mio" oppure nel duettino con Marcello all'inizio del terzo atto! Tutte cose da far invidia a un'infinità di Aide, di Leonore di Vargas, di Santuzze e di Fedore di oggi, di ieri e fors'anche dell'altro ieri.
Eppure questi suoni sfarzosi, imponenti. quasi prepotenti, che proprio per il loro vigore deformerebbero qualsiasi Mimì sulla bocca di altre cantanti, imponendole una carica drammatica che il personaggio mite, fragile, dolce, non sopporta, nel caso di Renata Tebaldi rappresentano proprio ciò da cui scaturisce una Mimì a mio avviso unica, vocalmente. Per effetto della straordinaria dolcezza dell'impasto, si potrà pensare: sì, anche per questo; ma non dimentichiamo l'espressione. E qui veniamo al punto. Ciò che, a mio parere, fa di Renata Tebaldi una cantante di statura storica è da ricercare sopratutto nella sua capacità di inserire, nel ritratto di un personaggio di stampo elegiaco-sentimentale, tante gradazioni di colori e di intensità da poter abbracciare l'intera tavolozza che va dal soprano lirico-leggero al soprano drammatico. Questo s'intende, insieme a una gran voce, una grande tecnica, un'emissione levigata, netta, morbida; e implica anche un gioco di legature e di portamenti regolato con mano maestra. E infatti i legati e i portamenti di Renata Tebaldi, affidati a una fluidità esemplare e a una capacità di fiati portentosa, rappresentano una delle pagine più splendenti della storia della vocalità del nostro secolo. "Memorie di un ascoltatore", Rodolfo Celletti, 1987.
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